Negli anni in cui Quintiliano scrive, è opinione condivisa che l'oratoria romana sia in crisi. Le diagnosi divergono. Il manuale ne registra tre.
1. La causa morale
La crisi nasce dal generale infiacchimento dei costumi. Si è diffuso il malcostume della delazione: l'eloquenza è diventata strumento di ricatto. Nelle scuole, alcuni insegnanti corrotti hanno corrotto a loro volta gli allievi. È la lettura più diffusa, anche presso Quintiliano, ma non spiega tutto.
2. La causa stilistica
Il gusto si è degradato: trionfa lo stile «moderno», sentenzioso, costruito per l'effetto. Quintiliano ne fa risalire la responsabilità a Seneca, di cui diventa il principale avversario. Vi torneremo.
3. La causa politica
Questa diagnosi è la più lucida ed è esterna a Quintiliano: la espongono Tacito nel Dialogus de oratoribus e l'anonimo autore del trattato greco Sul sublime. Con la fine della libertas repubblicana il Foro non è più luogo di dibattito politico autentico; nei processi pesa la volontà del principe; la grande oratoria non ha più materia su cui esercitarsi. Restano le scuole, dove gli esercizi declamatori (suasoriae e controversiae) simulano cause immaginarie su situazioni paradossali.
Tenete a mente la divergenza. Quintiliano resta nel quadro morale-stilistico. Tacito andrà oltre, e dirà che la causa è politica. Quando leggeremo il Dialogus, riconoscerete il punto di rottura.