Nec sum adeo aetatium inprudens ut instandum protinus teneris acerbe putem exigendamque plane operam. Nam id in primis cavere oportebit, ne studia qui amare nondum potest oderit et amaritudinem semel perceptam etiam ultra rudes annos reformidet. Lusus hic sit, et rogetur et laudetur et numquam non fecisse se gaudeat, aliquando ipso nolente doceatur alius cui invideat, contendat interim et saepius vincere se putet: praemiis etiam, quae capit illa aetas, evocetur. Parva docemus oratorem instituendum professi, sed est sua etiam studiis infantia, et ut corporum mox fortissimorum educatio a lacte cunisque initium ducit, ita futurus eloquentissimus edidit aliquando vagitum et loqui primum incerta voce temptavit et haesit circa formas litterarum: nec, si quid discere satis non est, ideo nec necesse est. Quodsi nemo reprehendit patrem qui haec non neglegenda in suo filio putet, cur improbetur si quis ea quae domi suae recte faceret in publicum promit? Atque eo magis quod minora etiam facilius minores percipiunt, et ut corpora ad quosdam membrorum flexus formari nisi tenera non possunt, sic animos quoque ad pleraque duriores robur ipsum facit. An Philippus Macedonum rex Alexandro filio suo prima litterarum elementa tradi ab Aristotele summo eius aetatis philosopho voluisset, aut ille suscepisset hoc officium, si non studiorum initia et a perfectissimo quoque optime tractari et pertinere ad summam credidisset?
Né sono così ignaro delle età da pensare che si debba subito incalzare aspramente i piccoli ed esigere apertamente da loro lo sforzo. Bisognerà infatti guardarsi soprattutto da questo: che chi ancora non sa amare gli studi finisca per odiarli, e — provatone una volta l'amaro — ne abbia paura anche oltre gli anni acerbi. Sia per lui un gioco; sia interrogato e lodato; gli accada sempre di gioire d'aver fatto qualcosa; ogni tanto, se non vuole farlo lui, sia istruito un altro di cui possa essere geloso; di tanto in tanto entri in gara, e si convinca spesso di vincere; sia anche stimolato con quei premi che quell'età sa apprezzare. Ci occupiamo di piccole cose, noi che ci siamo proposti di formare un oratore — ma anche gli studi hanno la loro infanzia: come l'educazione dei corpi destinati a diventare fortissimi prende inizio dal latte e dalla culla, così anche il futuro sommo oratore un tempo ha pianto da neonato, ha tentato di parlare con voce incerta, è inciampato sulle prime forme delle lettere; né, se imparare qualcosa è cosa da poco, per ciò stesso è cosa non necessaria. E se nessuno biasima il padre che ritiene queste cose non trascurabili nel proprio figlio, perché si dovrebbe disapprovare chi porta in pubblico ciò che a buon diritto farebbe in casa propria? E tanto più in quanto i più piccoli colgono più facilmente proprio le cose più piccole, e come i corpi non possono essere flessi a certe posizioni delle membra se non da teneri, così anche gli animi vengono induriti — su molte cose — proprio dal vigore stesso. Forse Filippo, re dei Macedoni, avrebbe voluto che ad Alessandro suo figlio i primi rudimenti delle lettere fossero impartiti da Aristotele, il sommo filosofo del suo tempo? O quello avrebbe assunto un simile incarico, se non avesse creduto che gli inizi degli studi sono trattati al meglio anche dal più valente, e che essi pertengono al risultato finale?