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Do Now — San Gallo, 1416 (3 min)

«in teterrimo quodam et obscuro carcere, fundo scilicet unius turris, quo ne capitalis quidem rei damnati retruderentur»

Scrivete sul quaderno una risposta in 3–4 righe a queste tre domande, senza guardare il vicino:

  1. Chi parla, e di chi sta parlando?
  2. Si tratta di un detenuto in carne e ossa?
  3. Cosa potrebbe meritare un trattamento del genere?

Discuteremo le risposte in classe. Tenete il quaderno aperto: torneremo a questa frase a fine lezione.

Chi era Marco Fabio Quintiliano

M. Fabius Quintilianus Institutio oratoria (12 libri) Età flavia (35–ca. 96 d.C.) Trattato · Pedagogia · Retorica

Nato a Calagurris (oggi Calahorra, in Spagna) verso il 35 d.C., figlio di un maestro di retorica, si forma a Roma alla scuola del grammatico Remmio Palèmone e del retore Domizio Afro. Torna in Spagna, e nel 68 Galba lo richiama nella capitale.

A Roma esercita la professione forense e insegna retorica. Nel 78 d.C. Vespasiano gli affida la prima cattedra pubblica di retorica latina: stipendio di centomila sesterzi annui pagati dallo Stato. Domiziano gli affida l'educazione di due nipoti e gli concede gli ornamenta consularia. Tra i suoi allievi figurano Plinio il Giovane e, con tutta probabilità, Tacito.

Si ritira dall'insegnamento intorno all'88. Tra il 93 e il 96 compone l'Institutio oratoria. Muore intorno al 96, poco dopo la pubblicazione.

Fonti: passi autobiografici dell'Institutio; Cronaca di san Girolamo; Marziale 2, 90; Giovenale 7, 186 ss.
Fermati e rispondi

Quintiliano è il primo professore di retorica stipendiato dallo Stato. Cosa cambia, rispetto al passato, quando l'oratoria smette di essere insegnata da maestri privati e diventa istituzione pubblica?

Fino ad allora la formazione retorica era affidata al patronato privato: ciascuna famiglia sceglieva il proprio maestro. Con Vespasiano la retorica entra nelle competenze dell'amministrazione imperiale. Si forma una élite di funzionari e di senatori secondo un programma pubblico, controllabile, omogeneo. È un atto politico: il principato regola la formazione delle classi dirigenti.

Il problema: la decadenza dell'eloquenza

Tre diagnosi sotto i Flavi

Negli anni in cui Quintiliano scrive, è opinione condivisa che l'oratoria romana sia in crisi. Le diagnosi divergono. Il manuale ne registra tre.

1. La causa morale

La crisi nasce dal generale infiacchimento dei costumi. Si è diffuso il malcostume della delazione: l'eloquenza è diventata strumento di ricatto. Nelle scuole, alcuni insegnanti corrotti hanno corrotto a loro volta gli allievi. È la lettura più diffusa, anche presso Quintiliano, ma non spiega tutto.

2. La causa stilistica

Il gusto si è degradato: trionfa lo stile «moderno», sentenzioso, costruito per l'effetto. Quintiliano ne fa risalire la responsabilità a Seneca, di cui diventa il principale avversario. Vi torneremo.

3. La causa politica

Questa diagnosi è la più lucida ed è esterna a Quintiliano: la espongono Tacito nel Dialogus de oratoribus e l'anonimo autore del trattato greco Sul sublime. Con la fine della libertas repubblicana il Foro non è più luogo di dibattito politico autentico; nei processi pesa la volontà del principe; la grande oratoria non ha più materia su cui esercitarsi. Restano le scuole, dove gli esercizi declamatori (suasoriae e controversiae) simulano cause immaginarie su situazioni paradossali.

Tenete a mente la divergenza. Quintiliano resta nel quadro morale-stilistico. Tacito andrà oltre, e dirà che la causa è politica. Quando leggeremo il Dialogus, riconoscerete il punto di rottura.

L'opera: Institutio oratoria

Dodici libri, una sola formazione

L'opera è composta tra il 93 e il 96 d.C. e dedicata a Vittorio Marcello, preceduta da una lettera all'editore Trifone. Quintiliano la pubblica per anticipare la circolazione di appunti scolastici trascritti dai suoi allievi senza il suo consenso.

Il progetto non è un manuale di tecnica oratoria. È un programma di formazione integrale, dalla prima infanzia all'ingresso nella vita pubblica. La novità è di prospettiva: il futuro oratore si forma prima ancora di affrontare la retorica.

I–II
Pedagogia ed educazione di base. La scelta della balia e dei primi compagni; il grammaticus; il passaggio al rhetor; i doveri dell'insegnante. È la parte più letta nei secoli successivi.
III–VII
Retorica tecnica. Le partizioni dell'arte; inventio (trovare gli argomenti) e dispositio (ordinarli); analisi delle parti del discorso giudiziario.
VIII–IX
Elocutio. Stile, tropi, figure di parola e di pensiero. Il libro VIII contiene la polemica con le sententiae alla maniera senecana.
X
La facilitas e il canone degli autori. Rassegna degli scrittori greci e latini da leggere e imitare. Da qui vengono molti dei giudizi critici diventati classici (su Menandro, Tucidide, Sallustio, Livio, Lucano).
XI
Memoria e actio. Tecniche di memorizzazione, voce, gesti, postura.
XII
L'oratore come uomo. Requisiti morali, ruolo civile, rapporti con il principe. Si apre con la formula vir bonus dicendi peritus.

Della restante produzione si conserva poco: il De causis corruptae eloquentiae è perduto; le Declamationes maiores tramandate sotto il suo nome sono giudicate spurie; delle minores, alcune potrebbero essere autentiche o almeno di scuola quintilianea.

«Vir bonus dicendi peritus» Inst. or. XII 1, 1–3 — ed. Winterbottom 1970
Sit ergo nobis orator quem constituimus is qui a M. Catone finitur vir bonus dicendi peritus1, verum, id quod et ille posuit prius2 et ipsa natura potius ac maius est, utique vir bonus: id non eo tantum quod, si vis illa dicendi malitiam instruxerit, nihil sit publicis privatisque rebus perniciosius eloquentia, nosque ipsi, qui pro virili parte conferre aliquid ad facultatem dicendi conati sumus, pessime mereamur de rebus humanis si latroni3 comparamus haec arma, non militi. Quid de nobis loquor? Rerum ipsa natura, in eo quod praecipue indulsisse homini videtur quoque nos a ceteris animalibus separasse, non parens sed noverca4 fuerit si facultatem dicendi sociam scelerum, adversam innocentiae, hostem veritatis invenit. Mutos enim nasci et egere omni ratione satius fuisset quam providentiae munera in mutuam perniciem convertere. Longius tendit hoc iudicium meum. Neque enim tantum id dico, eum qui sit orator virum bonum esse oportere, sed ne futurum quidem oratorem nisi virum bonum5.
Sia dunque per noi oratore quello che abbiamo definito tale: colui che da M. Catone viene definito «uomo onesto esperto nel dire», ma — e ciò che pure lui ha posto al primo posto, e che la natura stessa antepone come più importante — sia in primo luogo uomo onesto. E non solo perché, se quella forza del dire armerà la malizia, nulla è più rovinoso per gli affari pubblici e privati dell'eloquenza, e noi stessi, che abbiamo cercato per quanto possiamo di apportare qualcosa alla facoltà del dire, ci comporteremmo pessimamente verso il genere umano se queste armi le procurassimo a un brigante e non a un soldato. Ma cosa parlo di noi? La natura stessa delle cose, in ciò che pare avere concesso all'uomo come dono privilegiato e per cui ci ha distinti dagli altri animali, sarebbe stata non madre ma matrigna se avesse trovato la facoltà del dire alleata di delitti, contraria all'innocenza, nemica della verità. Sarebbe stato preferibile nascere muti ed essere privi di ogni ragione, piuttosto che convertire i doni della provvidenza in reciproca rovina. Più in là si spinge questo mio giudizio. Non dico infatti soltanto che chi è oratore deve essere uomo onesto, ma neppure futuro oratore può esserlo se non l'uomo onesto.
  1. vir bonus dicendi peritus — formula di M. Porcio Catone il Censore (II sec. a.C.), citata da Quintiliano: «uomo onesto esperto nel dire». Quintiliano la riprende, non la conia.
  2. posuit prius — «ha posto prima»: Catone aveva collocato vir bonus come prima qualifica, lasciando a dicendi peritus il secondo posto. L'ordine è la tesi.
  3. latroni / militi — l'eloquenza è un'arma. Va consegnata al soldato (chi serve la res publica), non al brigante (chi la usa per delinquere).
  4. non parens sed noverca — topos della natura madre o matrigna (la coppia è in Plinio il Vecchio, NH 7, 1; lo sfondo dell'indifferenza della natura è lucreziano, De rerum natura V 195 ss.): se l'eloquenza fosse al servizio del male, la natura sarebbe matrigna. Quintiliano lo rovescia: poiché esiste l'oratore onesto, la natura è madre.
  5. ne futurum quidem oratorem nisi virum bonum — «neppure futuro oratore può esserlo se non l'uomo onesto»: non un'esigenza esterna alla retorica, ma condizione costitutiva. Senza onestà non si dà oratore.
Cosa vedere nel testo. La formula non è di Quintiliano: è catoniana. Il contributo originale sta in come la legge. Catone metteva vir bonus al primo posto come ammonimento morale. Quintiliano lo rilegge come tesi tecnica: senza moralità non c'è eloquenza, perché l'eloquenza messa al servizio del male nuoce di più di quanto giovi. È la stessa tensione del Gorgia di Platone, ma con esito opposto: Platone condannava la retorica; Quintiliano la riscatta dall'interno.
Fermati e rispondi

Quintiliano insiste due volte sull'ordine di vir bonus dicendi peritus: prima vir bonus, poi dicendi peritus. Cosa avrebbe perso la formula se Catone l'avesse scritta al contrario, dicendi peritus vir bonus?

Nel latino, l'ordine porta significato: la prima posizione è la posizione enfatica. Vir bonus dicendi peritus dice che la perizia oratoria è una qualifica subordinata alla qualità morale. Dicendi peritus vir bonus direbbe il contrario: prima la tecnica, poi (eventualmente) la moralità. Quintiliano fa di quest'ordine il fondamento del libro XII: la tecnica senza etica è un'arma in mano al brigante.

Tre idee del programma pedagogico

Libri I–II e XII

1. La pedagogia come progetto politico

Il Foro non è più luogo di decisione politica. Eppure Quintiliano insiste sull'oratore come ideale civile. Perché?

La sua risposta operativa è la formazione: se non si può governare la res publica, si può comunque formare il cittadino capace di pensare, giudicare, argomentare. Il programma pedagogico è il modo in cui un sistema culturale sopravvive al regime politico che lo ha prodotto.

Il manuale di riferimento osserva, non senza durezza, che questo ideale è «un'illusione del tutto infondata, quasi una negazione fatta alla realtà storica dell'Impero». Tacito, nel Dialogus, sarà più realista. È una tensione produttiva: terremo aperto il dibattito.

2. Il gioco come metodo

Nel libro I Quintiliano sostiene che i bambini imparano meglio se l'apprendimento ha forma di gioco. Lo studio forzato prima del tempo crea avversione permanente. La frase chiave è lusus hic sit (I 1, 20) — «questo sia un gioco».

È un punto che colpisce per modernità, ma va letto nel suo contesto: Quintiliano non sta proponendo una pedagogia ludica nel senso novecentesco. Sta dicendo, da retore esperto, che la coercizione è inefficiente. La motivazione produce risultati che il timore non produce.

3. Il maestro come alter parens

L'insegnante deve essere come un secondo padre: esigente ma affettuoso, severo senza crudeltà. Deve conoscere i singoli allievi e adattarsi ai diversi ingenia. Quintiliano è ostile alle punizioni corporali, prassi diffusa nelle scuole romane: gli allievi picchiati, dice, perdono dignità e capacità di apprendimento.

Quintiliano contro Seneca: docere contro movere

Libro X · il pivot critico

Nel libro X Quintiliano traccia il canone degli autori da imitare. Il modello è Cicerone: concinnitas, equilibrio, periodo armonico. Da questa scelta nasce la polemica più nota dell'opera, contro Seneca.

Seneca è apprezzato per molte qualità, ma criticato per lo stile: troppo sentenzioso, troppo brillante, costruito su sententiae che spezzano il discorso e cercano l'effetto. Quintiliano cita i seguaci di Seneca per dire che, imitandolo male, hanno reso il latino un susseguirsi di sensiculi, «pensierini messi in pezzetti».

docere

Quintiliano (e Cicerone)
  • Il discorso si fonda sulla sostanza delle cose (rerum pondera)
  • L'autore è l'attore primo del testo
  • Periodo ampio, armonico, simmetrico
  • Modello: Cicerone

movere

Seneca (e i moderni)
  • Il discorso punta all'uditorio: catturare, colpire, guidare le reazioni
  • Il destinatario è l'attore primo del testo
  • Periodo spezzato, sentenzioso, costruito per l'effetto
  • Modello: la sententia brillante

Quintiliano vince la battaglia culturale: già ai tempi dell'Institutio il nuovo classicismo ciceroniano è un movimento che va affermandosi come gusto egemone. Ma la sua stessa prosa non è priva di influssi senecani: la lingua di Quintiliano cerca la perspicuità più che l'ampiezza ciceroniana, e in qualche misura ha già assorbito quel periodare più rapido che pure combatte.

Turn and Talk — Discutete con il compagno (3 min)

Voi avete letto Seneca. La brevitas sentenziosa, le frasi brevi che colpiscono — vizio o virtù? Quintiliano vi convince quando dice che la sententia nasconde, anziché dire? Trovate insieme un esempio concreto da una Epistula che vi ricordate.

Estensione — brani per la lezione successiva

Inst. or. I 1, 1–3 · 13–14 · 15–19 · 20–24 · I 2, 18–23

Cliccate sulle voci qui sotto per aprire i passi: li leggeremo nella lezione successiva e sono inclusi nell'handout stampabile.

Inst. or. I 1, 1–3 — Tutti i bambini possono imparare
L'ottimismo pedagogico Inst. or. I 1, 1–3
Igitur nato filio pater spem de illo primum quam optimam capiat: ita diligentior a principiis fiet. Falsa enim est querela1, paucissimis hominibus vim percipiendi quae tradantur esse concessam, plerosque vero laborem ac tempora tarditate ingenii perdere. Nam contra plures reperias et faciles in excogitando et ad discendum promptos. Quippe id est homini naturale, ac sicut aves ad volatum, equi ad cursum, ad saevitiam ferae gignuntur, ita nobis propria est mentis agitatio atque sollertia2: unde origo animi caelestis creditur. Hebetes vero et indociles non magis secundum naturam hominis eduntur quam prodigiosa corpora et monstris insignia, sed hi pauci admodum fuerunt. Argumentum, quod in pueris elucet spes plurimorum: quae cum emoritur aetate, manifestum est non naturam defecisse sed curam3. «Praestat tamen ingenio alius alium.» Concedo; sed plus efficiet aut minus: nemo reperitur qui sit studio nihil consecutus4. Hoc qui perviderit, protinus ut erit parens factus, acrem quam maxime datur curam spei futuri oratoris inpendat.
Dunque, una volta nato il figlio, il padre concepisca subito su di lui la migliore speranza possibile: così sarà più diligente fin dai primi passi. È falso il lamento che a pochissimi sia concessa la facoltà di apprendere quanto si insegna, e che i più sprecherebbero fatica e tempo per la lentezza dell'ingegno. Al contrario, ne troverai parecchi pronti sia nell'ideare sia nell'apprendere. Questo è naturale per l'uomo: come gli uccelli sono fatti per il volo, i cavalli per la corsa, le fiere per la ferocia, così a noi è propria l'attività e l'agilità della mente: di qui si crede che l'anima abbia origine celeste. Gli ottusi e gli indocili non sono prodotti contro la natura umana più di quanto lo siano i corpi mostruosi e segnati da prodigi, ma questi sono stati assai pochi. Prova ne è che nei bambini risplende la speranza dei più: quando essa muore con l'età, è chiaro che non è venuta meno la natura, ma la cura. «E tuttavia uno supera l'altro per ingegno.» Lo concedo; ma otterrà di più o di meno: non si trova nessuno che con lo studio non abbia ottenuto nulla. Chi avrà compreso a fondo questo, appena diventato genitore, dedichi alla speranza del futuro oratore la cura più intensa possibile.
  1. falsa querela — il «lamento» che Quintiliano contesta: l'opinione comune secondo cui la maggior parte degli uomini sarebbe per natura incapace di imparare. È la tesi opposta del libro: il talento è la regola, non l'eccezione.
  2. mentis agitatio atque sollertia — coppia tecnica: agitatio è l'attività della mente, sollertia è la sua agilità nell'inventare. La similitudine con uccelli/cavalli/fiere è argomento di natura.
  3. non naturam defecisse sed curam — la formula chiave: la causa della mediocrità adulta non è la natura ma la mancanza di cura educativa. Inversione di responsabilità: dal discente al sistema formativo.
  4. studio... consecutus — il talento si modula in più o in meno; ma con lo studio qualcosa si ottiene sempre. È l'antitesi a chi si arrende davanti al dato naturale.
Inst. or. I 1, 13–14 — Greco prima del latino
Bilinguismo, ma con misura Inst. or. I 1, 13–14
A sermone Graeco puerum incipere malo, quia Latinum, qui pluribus in usu est, vel nobis nolentibus perbibet1, simul quia disciplinis quoque Graecis prius instituendus est, unde et nostrae fluxerunt. Non tamen hoc adeo superstitiose fieri velim ut diu tantum Graece loquatur aut discat, sicut plerisque moris est. Hoc enim accidunt et oris plurima vitia in peregrinum sonum corrupti et sermonis, cui cum Graecae figurae2 adsidua consuetudine haeserunt, in diversa quoque loquendi ratione pertinacissime durant. Non longe itaque Latina subsequi debent et cito pariter ire. Ita fiet ut, cum aequali cura linguam utramque tueri coeperimus, neutra alteri officiat3.
Preferisco che il bambino cominci dalla lingua greca: il latino, infatti, che è in uso presso i più, lo assorbirà anche a nostro malgrado, e in più va istruito prima nelle discipline greche, dalle quali sono derivate anche le nostre. Tuttavia, non vorrei che la cosa venisse fatta con tale pedanteria da fargli parlare o studiare per troppo tempo solo in greco, come è abitudine di molti. Da ciò derivano infatti moltissimi vizi, sia di pronuncia — l'organo orale guastato in un suono straniero — sia di parlata: una volta che le forme greche si saranno fissate al modo di parlare per consuetudine assidua, vi durano con grandissima tenacia anche in un sistema linguistico diverso. Il latino dunque deve seguire poco dopo e procedere subito di pari passo. Così avverrà che, avendo cominciato a coltivare entrambe le lingue con uguale cura, nessuna delle due ostacolerà l'altra.
  1. vel nobis nolentibus perbibet — «lo assorbe anche se noi non vogliamo». Il latino non si studia, si respira: è la lingua della vita quotidiana romana. Per questo si può cominciare con il greco senza timore di trascurare il latino.
  2. figurae — non «figure retoriche», ma costrutti, forme sintattiche, calchi. Il rischio è la contaminazione strutturale: il greco appreso troppo a lungo lascia tracce profonde anche nel latino.
  3. neutra alteri officiat — «nessuna delle due ostacoli l'altra». Programma di bilinguismo simultaneo, non sequenziale. È un principio educativo che resterà tipico della formazione classica.
Inst. or. I 1, 15–19 — A che età cominciare
Contro chi rimanda Inst. or. I 1, 15–19
Quidam litteris instituendos qui minores septem annis essent non putaverunt, quod illa primum aetas et intellectum disciplinarum capere et laborem pati <non> posset1. In qua sententia Hesiodum esse plurimi tradunt qui ante grammaticum Aristophanen fuerunt (nam is primus &Hypsilon;ποθηκας, in quo libro scriptum hoc invenitur, negavit esse huius poetae); sed alii quoque auctores, inter quos Eratosthenes, idem praeceperunt. Melius autem qui nullum tempus vacare cura volunt, ut Chrysippus. Nam is, quamvis nutricibus triennium dederit2, tamen ab illis quoque iam formandam quam optimis institutis mentem infantium iudicat. Cur autem non pertineat ad litteras aetas quae ad mores iam pertinet? Neque ignoro toto illo de quo loquor tempore vix tantum effici quantum conferre unus postea possit annus; sed tamen mihi qui id senserunt videntur non tam discentibus in hac parte quam docentibus pepercisse3. Quid melius alioqui facient ex quo loqui poterunt (faciant enim aliquid necesse est)? aut cur hoc quantulumcumque est usque ad septem annos lucrum fastidiamus? Nam certe quamlibet parvum sit quod contulerit aetas prior, maiora tamen aliqua discet puer ipso illo anno quo minora didicisset. Hoc per singulos prorogatum in summam proficit, et quantum in infantia praesumptum est temporis adulescentiae adquiritur. Idem etiam de sequentibus annis praeceptum sit, ne quod cuique discendum est sero discere incipiat. Non ergo perdamus primum statim tempus, atque eo minus quod initia litterarum sola memoria constant4, quae non modo iam est in parvis, sed tum etiam tenacissima est.
Alcuni hanno ritenuto che non si debbano istruire alle lettere i bambini al di sotto dei sette anni, perché quella prima età non potrebbe né cogliere il senso degli studi né sopportarne la fatica. Molti tramandano che di questa opinione fosse Esiodo, almeno fra coloro che vissero prima del grammatico Aristofane (fu lui infatti il primo a negare che le Hypothékai — il libro in cui questa massima si legge — appartenessero a quel poeta); ma anche altri autori, fra cui Eratostene, hanno dato lo stesso precetto. Fanno meglio invece coloro che non vogliono lasciare alcun tempo privo di cura, come Crisippo: pur avendo concesso un triennio alle nutrici, ritiene tuttavia che già da quelle la mente dei bambini debba essere formata coi migliori insegnamenti. E perché mai non dovrebbe pertinere alle lettere un'età che già pertiene alla formazione del carattere? Non ignoro che in tutto quel tempo di cui parlo si ottiene appena quanto un solo anno potrà poi apportare; ma chi è stato di quell'opinione mi sembra abbia voluto risparmiare, su questo punto, non tanto i discenti quanto i docenti. Del resto, che cosa di meglio farà il bambino da quando saprà parlare? (qualcosa deve pur fare). O perché disprezzare questo guadagno, per quanto piccolo sia, fino ai sette anni? Anche se è poco quanto avrà aggiunto l'età anteriore, il fanciullo imparerà comunque cose maggiori in quello stesso anno in cui avrebbe imparato cose minori. E ciò, ripetuto anno per anno, si accumula nel totale: tanto tempo guadagnato nell'infanzia si acquisisce per l'adolescenza. Lo stesso precetto valga per gli anni seguenti: nessuno cominci tardi a imparare ciò che gli tocca imparare. Non perdiamo dunque subito il primo tempo, e tanto meno in quanto gli inizi della scrittura constano della sola memoria — che nei piccoli non solo è già presente, ma è proprio allora tenacissima.
  1. <non> posset — integrazione di Winterbottom (e già di Halm): senza il non la causale di chi sostiene di non istruire i bambini sotto i 7 anni non regge. Il senso è: l'età «non potrebbe» reggere lo studio.
  2. quamvis nutricibus triennium dederit — Crisippo (filosofo stoico, III sec. a.C.) concedeva tre anni alle nutrici prima dell'istruzione formale; ma anche le nutrici, per lui, dovevano già concorrere alla formazione. La pedagogia comincia con il latte.
  3. non tam discentibus... quam docentibus pepercisse — argomento polemico: chi vuole rimandare lo studio risparmia se stesso, non il bambino. È il rimprovero al maestro pigro.
  4. initia litterarum sola memoria constant — argomento didascalico: l'alfabeto e le prime sillabe richiedono solo memoria. E proprio nei piccoli la memoria è al massimo. Quintiliano sa di che parla: insegna a Roma da decenni.
Inst. or. I 1, 20–24 — Il gioco, i premi, l'esempio di Alessandro
Lusus hic sit Inst. or. I 1, 20–24
Nec sum adeo aetatium inprudens ut instandum protinus teneris acerbe putem exigendamque plane operam. Nam id in primis cavere oportebit, ne studia qui amare nondum potest oderit et amaritudinem semel perceptam etiam ultra rudes annos reformidet. Lusus hic sit1, et rogetur et laudetur et numquam non fecisse se gaudeat, aliquando ipso nolente doceatur alius cui invideat2, contendat interim et saepius vincere se putet: praemiis etiam, quae capit illa aetas, evocetur. Parva docemus oratorem instituendum professi, sed est sua etiam studiis infantia3, et ut corporum mox fortissimorum educatio a lacte cunisque initium ducit, ita futurus eloquentissimus edidit aliquando vagitum et loqui primum incerta voce temptavit et haesit circa formas litterarum: nec, si quid discere satis non est, ideo nec necesse est. Quodsi nemo reprehendit patrem qui haec non neglegenda in suo filio putet, cur improbetur si quis ea quae domi suae recte faceret in publicum promit? Atque eo magis quod minora etiam facilius minores percipiunt, et ut corpora ad quosdam membrorum flexus formari nisi tenera non possunt, sic animos quoque ad pleraque duriores robur ipsum facit. An Philippus Macedonum rex Alexandro filio suo prima litterarum elementa tradi ab Aristotele4 summo eius aetatis philosopho voluisset, aut ille suscepisset hoc officium, si non studiorum initia et a perfectissimo quoque optime tractari et pertinere ad summam credidisset?
Né sono così ignaro delle età da pensare che si debba subito incalzare aspramente i piccoli ed esigere apertamente da loro lo sforzo. Bisognerà infatti guardarsi soprattutto da questo: che chi ancora non sa amare gli studi finisca per odiarli, e — provatone una volta l'amaro — ne abbia paura anche oltre gli anni acerbi. Sia per lui un gioco; sia interrogato e lodato; gli accada sempre di gioire d'aver fatto qualcosa; ogni tanto, se non vuole farlo lui, sia istruito un altro di cui possa essere geloso; di tanto in tanto entri in gara, e si convinca spesso di vincere; sia anche stimolato con quei premi che quell'età sa apprezzare. Ci occupiamo di piccole cose, noi che ci siamo proposti di formare un oratore — ma anche gli studi hanno la loro infanzia: come l'educazione dei corpi destinati a diventare fortissimi prende inizio dal latte e dalla culla, così anche il futuro sommo oratore un tempo ha pianto da neonato, ha tentato di parlare con voce incerta, è inciampato sulle prime forme delle lettere; né, se imparare qualcosa è cosa da poco, per ciò stesso è cosa non necessaria. E se nessuno biasima il padre che ritiene queste cose non trascurabili nel proprio figlio, perché si dovrebbe disapprovare chi porta in pubblico ciò che a buon diritto farebbe in casa propria? E tanto più in quanto i più piccoli colgono più facilmente proprio le cose più piccole, e come i corpi non possono essere flessi a certe posizioni delle membra se non da teneri, così anche gli animi vengono induriti — su molte cose — proprio dal vigore stesso. Forse Filippo, re dei Macedoni, avrebbe voluto che ad Alessandro suo figlio i primi rudimenti delle lettere fossero impartiti da Aristotele, il sommo filosofo del suo tempo? O quello avrebbe assunto un simile incarico, se non avesse creduto che gli inizi degli studi sono trattati al meglio anche dal più valente, e che essi pertengono al risultato finale?
  1. Lusus hic sit — «sia per lui un gioco». Principio quintilianeo del gioco come motore di apprendimento. Non è pedagogia ludica novecentesca: è psicologia del discente messa al servizio della didattica.
  2. doceatur alius cui invideat — sia istruito un altro di cui essere geloso. Quintiliano usa l'invidia infantile come leva motivazionale, senza demonizzarla. La gara fra pari produce ciò che la coercizione non produce.
  3. est sua etiam studiis infantia — «anche gli studi hanno la loro infanzia». Principio fondante del programma quintilianeo: non c'è età troppo bassa per cominciare, perché l'inizio degli studi è esso stesso uno studio.
  4. Aristoteles / Philippus — exemplum classico (Plutarco, Alex. 7): un re affida i rudimenti elementari al sommo filosofo. Conclusione retorica: anche le basi vanno trattate dai migliori, perché «pertengono al risultato finale».
Inst. or. I 2, 18–23 — Difesa della scuola pubblica
Perché la scuola, non il maestro privato Inst. or. I 2, 18–23
Ante omnia futurus orator, cui in maxima celebritate et in media rei publicae luce vivendum est, adsuescat iam a tenero non reformidare homines neque illa solitaria et velut umbratica vita1 pallescere. Excitanda mens et attollenda semper est, quae in eius modi secretis aut languescit et quendam velut in opaco situm ducit, aut contra tumescit inani persuasione2: necesse est enim nimium tribuat sibi qui se nemini comparat. Deinde cum proferenda sunt studia, caligat in sole et omnia nova offendit, ut qui solus didicerit quod inter multos faciendum est. Mitto amicitias, quae ad senectutem usque firmissime durant religiosa quadam necessitudine inbutae: neque enim est sanctius sacris isdem quam studiis initiari. Sensum ipsum, qui communis dicitur3, ubi discet cum se a congressu, qui non hominibus solum sed mutis quoque animalibus naturalis est, segregarit? Adde quod domi ea sola discere potest quae ipsi praecipientur, in schola etiam quae aliis. Audiet multa cotidie probari, multa corrigi, proderit alicuius obiurgata desidia, proderit laudata industria, excitabitur laude aemulatio, turpe ducet cedere pari, pulchrum superasse maiores. Accendunt omnia haec animos, et licet ipsa vitium sit ambitio, frequenter tamen causa virtutum est4.
Prima di tutto il futuro oratore, che dovrà vivere nella massima notorietà e nella piena luce della vita pubblica, fin da tenera età si abitui a non temere gli uomini e a non impallidire in quella vita solitaria e quasi nell'ombra. La mente va sempre stimolata e sollevata: in tali isolamenti o si infiacchisce e contrae quasi una muffa nell'oscurità, oppure al contrario si gonfia di vana presunzione: chi non si paragona a nessuno, finisce per attribuirsi troppo. Poi, quando deve mostrare in pubblico ciò che ha imparato, è abbagliato dal sole e si scontra con ogni novità, come chi ha imparato da solo quello che dovrà fare in mezzo a molti. Tralascio le amicizie, che durano saldissime fino alla vecchiaia, intessute di una sorta di religiosa intimità: non c'è infatti consacrazione più sacra dell'essere iniziati agli stessi studi. Il senso che si dice comune, dove lo apprenderà se si separerà da quel rapporto sociale che è naturale non solo agli uomini ma anche agli animali muti? Aggiungi che a casa potrà imparare soltanto ciò che si insegna a lui, mentre a scuola anche ciò che si insegna agli altri. Sentirà ogni giorno lodare molte cose, correggerne molte; gli gioverà la pigrizia altrui rimproverata, gli gioverà l'impegno altrui lodato; dalla lode sarà accesa l'emulazione; riterrà vergognoso essere uguagliato dai pari, bello aver superato i più anziani. Tutte queste cose accendono gli animi, e benché l'ambizione di per sé sia un vizio, spesso tuttavia è causa di virtù.
  1. solitaria et umbratica vita — la formazione domestica isolata. Umbratica evoca chi vive all'ombra, lontano dal Foro: l'opposto della celebritas di chi farà l'oratore.
  2. tumescit inani persuasione — «si gonfia di vana persuasione». Senza confronto con i pari, il discente sopravvaluta sé stesso. La parola chiave è comparat: senza paragone, niente misura.
  3. sensus communis — non il «buon senso» moderno, ma il senso del rapporto sociale, della convivenza. È un concetto romano: si forma solo nello stare con gli altri.
  4. causa virtutum — ammissione realistica: l'ambizione è un vizio, ma produce comportamenti virtuosi (impegno, emulazione). Quintiliano usa la psicologia del discente come leva pedagogica, non la nega.

Mappa concettuale interattiva

Passate il mouse sui nodi per approfondire
QUINTILIANO Pedagogia (libri I–II) Vir bonus dicendi peritus Programma stilistico Ottimismo pedagogico Scuola pubblica Etica + tecnica Eredità catoniana Modello: Cicerone Contro Seneca:docere vs movere UN PROGETTO DI FORMAZIONE INTEGRALE Realismo o illusione? Tacito risponderà
Stretch It — la domanda di fondo

Un sistema di istruzione può sopravvivere al regime politico che lo ha prodotto?

Tornate al Do Now. Il manoscritto «in carcere» a San Gallo è un libro del I secolo d.C. che ha attraversato la caduta dell'Impero, l'alto Medioevo, l'età carolingia, fino a essere quasi cancellato. Quando Poggio lo ricopia nel 1416, il sistema politico che l'aveva prodotto — il principato di Domiziano — non esiste da milletrecento anni. Eppure la formazione che quel libro descrive viene adottata dall'umanesimo, dai gesuiti, dai licei dell'Ottocento.

Quintiliano ne era convinto. Aveva ragione?

Una risposta possibile: sì, perché la formazione retorica forma capacità (giudicare, argomentare, distinguere il vero dal verosimile) che non dipendono dal regime in cui si esercitano. Una risposta opposta: no, perché un programma di formazione dell'oratore senza Foro è un esercizio nostalgico, e Tacito nel Dialogus avrà più ragione di Quintiliano. La verità sta probabilmente nel fatto che il manuale è stato adottato proprio per quello che Tacito gli rimprovera: la sua indifferenza alla politica del momento.

Check for Understanding — Quiz

A. Biografia e contesto

1. In che cosa consiste la novità della cattedra affidata a Quintiliano da Vespasiano nel 78 d.C.?
È la prima cattedra di retorica greca a Roma in età imperiale.
È la prima cattedra di retorica latina stipendiata dallo Stato.
È la prima cattedra esclusivamente dedicata ai figli del principe.
2. Quale autore, con tutta probabilità, fu allievo di Quintiliano?
Marziale, l'epigrammatista di età flavia.
Svetonio, biografo dei Cesari.
Plinio il Giovane (e forse Tacito).

B. Institutio oratoria

3. Da quanti libri è composta l'Institutio oratoria?
Sei libri.
Dodici libri.
Venti libri.
4. I libri I–II dell'Institutio trattano:
L'educazione del bambino e la pedagogia prima della retorica.
L'actio, la memoria e la tecnica della pronuntiatio.
Il canone degli autori greci e latini da imitare.
5. Cosa contiene il libro X dell'Institutio?
L'educazione del bambino e l'infanzia degli studi.
Il canone degli autori greci e latini da imitare.
Il rapporto tra l'oratore e il principe regnante.

C. Vir bonus dicendi peritus

6. Chi ha coniato la formula vir bonus dicendi peritus?
Quintiliano stesso, nell'Institutio oratoria.
M. Porcio Catone il Censore (II sec. a.C.).
Cicerone, nel De oratore o nel Brutus.
7. Perché Quintiliano insiste sull'ordine di vir bonus e dicendi peritus?
Per ragioni di metrica e di sonorità della formula.
Perché la prima posizione segna il primato della moralità.
Perché la formula è una citazione esatta e immodificabile.
8. A cosa paragona Quintiliano l'eloquenza affidata a un uomo immorale?
A un'arma data al brigante invece che al soldato.
A un cavallo affidato a un cattivo cavaliere.
A una nave senza timoniere in mare aperto.

D. Polemica con Seneca

9. Qual è il modello stilistico che Quintiliano oppone allo stile di Seneca?
Lo stile arcaizzante di Catone e Sallustio.
Cicerone, modello di concinnitas ed equilibrio.
Lo stile sentenzioso di Seneca padre stesso.
10. Cosa esprime la coppia docere / movere?
Concezioni opposte: contenuto (Quintiliano) vs effetto (Seneca).
Le due fasi obbligatorie del discorso giudiziario.
Due figure retoriche caratteristiche dell'asianesimo.

E. Contesto e ricezione

11. Secondo Tacito (Dialogus de oratoribus), qual è la causa profonda della decadenza dell'oratoria?
L'imitazione di modelli stilistici greci e arcaici.
La fine della libertas e la perdita dell'arena politica.
L'ingresso dei provinciali nella classe dirigente.
12. Perché l'Institutio oratoria conta tanto nella storia europea della pedagogia?
Perché contiene il primo trattato sull'alfabetizzazione di massa.
Perché è l'unico trattato antico completo sull'oratoria.
Riscoperta da Poggio Bracciolini, fonda la pedagogia umanistica.
Exit Ticket — Verifica finale (5 min)

Rispondete per iscritto su un foglio e consegnate al docente:

1. Spiegate in 4–5 righe perché la formula vir bonus dicendi peritus non è una banale somma di morale + tecnica, ma una tesi sull'ordine fra le due.

2. Riassumete in 3–4 righe l'opposizione fra docere e movere e indicate da che parte si schiera Quintiliano (e perché).

3. Tornate alla domanda Stretch It: «Un sistema di istruzione può sopravvivere al regime politico che lo ha prodotto?» Rispondete in 5–6 righe, citando un argomento di Quintiliano e uno (anticipato) di Tacito.

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